I Giudici della Corte d’Appello di Catanzaro (Presidente Anna Maria Saullo, a latere Isabella Russi ed Alessandro Bravin) hanno confermato l’intera ragnatela accusatoria nei loro confronti costruita nel processo di primo grado, che s’era tenuto a Rossano, dal Pubblico Ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro Vincenzo Luberto. 

Proprio come invocato nei mesi scorsi dal Procuratore Generale presso la Corte d’Appello catanzarese, Salvatore Curcio, il quale aveva richiesto la conferma delle condanne: a 19 anni e sei mesi di reclusione per il presunto boss di Corigliano Calabro, Maurizio Barilari, 45 anni, ritenuto il capo ‘ndrina del comune sciolto per infiltrazioni della ‘ndrangheta nel 2011, a 12 anni di reclusione per il fratello, Fabio Barilari, di 43 anni.

Entrambi erano accusati d’associazione mafiosa e d’una lunga sequela di estorsioni consumata negli anni scorsi proprio nel Coriglianese.

I Giudici di primo grado dell’ex Tribunale di Rossano avevano condannato i due fratelli a risarcire le parti civili costituitesi in giudizio: in primis la Regione Calabria e la Provincia di Cosenza, con una provvisionale quantificata in 100 mila euro. In separata sede giudiziaria civile le altre parti costituite.

Il dispositivo della sentenza di primo grado aveva ordinato pure la confisca dei beni mobili ed immobili intestati ai due imputati già oggetto di sequestro preventivo, ad eccezione delle abitazioni familiari che erano state dissequestrate.

Oggi quella sentenza viene dunque interamente confermata in appello. 

Si tratta d’uno dei due tronconi del maxiprocesso “Santa Tecla”, che aveva portato tra l’altro allo scioglimento del Consiglio comunale di Corigliano Calabro per infiltrazioni mafiose e che ha già visto decine di persone, quasi tutte di Corigliano Calabro, condannate sia in primo grado sia in appello.

Maurizio Barilari – difeso dagli avvocati Salvatore Sisca ed Andrea Salcina – secondo i Giudici di Rossano fu esattore del “pizzo” nonché capo della ‘ndrina attiva ed operante nel Coriglianese sotto l’egida del locale di ‘ndrangheta guidato dagli Zingari di Cassano all’Ionio e capeggiato da Francesco Abbruzzese alias “Dentuzzo”

Almeno a partire dall’anno 2000 e fino al suo arresto, avvenuto il 16 luglio del 2009 con la maxioperazione “Timpone Rosso” nell’ambito del cui maxiprocesso è stato di recente condannato a 28 anni, in primo grado, dai Giudici della Corte d’Assise di Cosenza, per la propria supposta partecipazione agli omicidi di Giorgio Cimino, vittima nel 2001 d’una vendetta trasversale di ‘ndrangheta perché padre dei due collaboratori di giustizia Giovanni ed Antonio Cimino, e poi di Vincenzo Fabbricatore e Vincenzo Campana, trucidati in un plateale agguato a colpi di kalashnikov consumato nel marzo dell’anno successivo lungo il tratto coriglianese della Statale 106 jonica.

Per questo Maurizio Barilari è da oltre quattro anni detenuto nel carcere di Parma in regime di 41-bis.

Il fratello Fabio, attualmente detenuto nel carcere di Catanzaro e difeso dall’avvocato Salvatore Sisca, rispondeva di soli quattro capi d’imputazione a fronte degli undici contestati al fratello presunto boss.

Le motivazioni della sentenza d’appello, emessa nel pomeriggio di ieri, saranno depositate tra 90 giorni. 

I difensori annunciano già di volere ricorrere in Cassazione. 

 

Foto: da sinistra, Maurizio e Fabio Barilari

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