E’ cominciato nei giorni scorsi, dinanzi ai Giudici della Corte d’Appello di Catanzaro, il processo di secondo grado nei confronti dei fratelli Maurizio e Fabio Barilari, rispettivamente di 45 e 43 anni, condannati il 6 dicembre del 2012, dai Giudici dell’ex Tribunale di Rossano, a 19 anni e sei mesi di reclusione il primo, ritenuto il capo ‘ndrina del comune di Corigliano Calabro, a 12 anni l’altro

Entrambi accusati d’associazione mafiosa e d’una lunga sequela di estorsioni consumate negli anni scorsi proprio nel Coriglianese.

I Giudici di Rossano avevano condannato i due fratelli a risarcire le parti civili costituitesi in giudizio: in primis la Regione Calabria e la Provincia di Cosenza, con una provvisionale quantificata in 100 mila euro. In separata sede giudiziaria civile le altre parti costituite.

Il dispositivo della sentenza di primo grado aveva ordinato pure la confisca dei beni mobili ed immobili intestati ai due imputati già oggetto di sequestro preventivo, ad eccezione delle abitazioni familiari che erano state dissequestrate.

Si tratta d’uno dei due tronconi del maxiprocesso “Santa Tecla”, che ha portato tra l’altro al recente scioglimento del Consiglio comunale di Corigliano Calabro per infiltrazioni mafiose e che ha già visto decine di persone, quasi tutte di Corigliano Calabro, condannate sia in primo grado che in appello.

Maurizio Barilari – difeso dagli avvocati Salvatore Sisca ed Andrea Salcina – secondo i Giudici di Rossano fu esattore del “pizzo” nonché capo della ‘ndrina attiva ed operante nel Coriglianese sotto l’egida del locale di ‘ndrangheta guidato dagli Zingari di Cassano all’Ionio e capeggiato da Francesco Abbruzzese alias “Dentuzzo”. 

Almeno a partire dall’anno 2000 e fino al suo arresto, avvenuto il 16 luglio del 2009 con la maxioperazione “Timpone Rosso” nell’ambito del cui maxiprocesso è stato di recente condannato a 28 anni, in primo grado, dai Giudici della Corte d’Assise di Cosenza, per la propria supposta partecipazione agli omicidi di Giorgio Cimino, vittima nel 2001 d’una vendetta trasversale di ‘ndrangheta perché padre dei due collaboratori di giustizia Giovanni ed Antonio Cimino, e poi di Vincenzo Fabbricatore e Vincenzo Campana, trucidati in un plateale agguato a colpi di kalashnikov consumato nel marzo dell’anno successivo lungo il tratto coriglianese della Statale 106 jonica.

Per questo Maurizio Barilari è da oltre quattro anni detenuto nel carcere di Parma in regime di 41-bis.

Il fratello Fabio, attualmente detenuto nel carcere di Catanzaro e difeso dagli avvocati Salvatore Sisca e Francesco Paolo Oranges, risponde di quattro capi d’imputazione a fronte degli undici contestati al presunto boss.

Nell’udienza dello scorso 11 novembre il Procuratore Generale Salvatore Curcio, nella propria requisitoria, ha sollecitato ai Giudici la conferma delle condanne inflitte in primo grado ai due imputati.

Il processo d’appello riprenderà il prossimo 9 dicembre con le arringhe del già agguerrito collegio difensivo e dovrebbe concludersi con la sentenza nel mese di gennaio prossimo, presumibilmente dopo le festività natalizie.


Foto: da sinistra, Maurizio e Fabio Barilari

 

Di admin