“Santa Tecla”, i germani incensurati Maurizio e Fabio condannati in primo grado  

Confermata la ragnatela accusatoria costruita dal Pubblico Ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro Vincenzo Luberto.

E’ di 19 anni e sei mesi di reclusione la condanna inflitta dai Giudici dell’ormai ex Tribunale di Rossano (collegio giudicante presieduto da Francesca De Vuono) al presunto boss di Corigliano Calabro Maurizio Barilari, fino ad oggi incensurato, ritenuto il capo ‘ndrina del comune sciolto per infiltrazioni della ‘ndrangheta il 9 giugno del 2011.

Al fratello, Fabio Barilari, sono stati invece inflitti 12 anni di reclusione.

Il magistrato requirente aveva infatti invocato 20 anni per Maurizio e 12 per Fabio. Entrambi accusati di associazione mafiosa e d’una lunga sequela di estorsioni consumate negli anni scorsi a Corigliano Calabro.

Il dispositivo della sentenza è stato letto questa sera, poco dopo le 20. 

Il collegio giudicante rossanese ha condannato i due imputati a risarcire le parti civili costituitesi in giudizio: in primis la Regione Calabria e la Provincia di Cosenza, con una provvisionale quantificata in 100 mila euro. In separata sede giudiziaria civile dovranno invece essere risarcite le altre parti costituite.

Il dispositivo di sentenza ordina, pure, la confisca dei beni mobili ed immobili intestati ai due imputati già oggetto di sequestro preventivo, ad eccezione delle rispettive abitazioni familiari che sono invece state dissequestrate.    

Cala dunque il sipario sul dibattimento di primo grado al maxiprocesso “Santa Tecla”

Che aveva già visto 55 persone, quasi tutte di Corigliano Calabro, condannate col rito abbreviato ad oltre quattro secoli di carcere, un anno fa, da parte del Giudice per l’udienza preliminare distrettuale di Catanzaro Tiziana Macrì. 

Maurizio Barilari è stato dunque ritenuto dai Giudici colpevole su tutt’e undici i capi d’imputazione che gli venivano contestati. In sintesi: esattore del “pizzo” e capo della ‘ndrina attiva ed operante nel Coriglianese sotto l’egida del locale di ‘ndrangheta guidato dagli Zingari di Cassano all’Ionio e capeggiato da Francesco Abbruzzese alias “Dentuzzo”

Almeno a partire dall’anno 2000 e fino al suo arresto, avvenuto il 16 luglio del 2009 con la maxioperazione “Timpone Rosso” nell’ambito del cui maxiprocesso, tuttora in corso presso la Corte d’Assise di Cosenza, lo stesso Maurizio Barilari, da oltre tre anni detenuto al carcere duro in regime di 41-bis, è accusato di concorso in tre plateali omicidi di chiaro stampo ‘ndranghetista.

Maurizio Barilari era collegato in videoconferenza dal carcere di Parma quando stasera, nell’aula “Ponente” del Tribunale rossanese, il Presidente De Vuono ha dato lettura della sentenza. Il fratello Fabio, invece, detenuto nel carcere di Catanzaro, era presente in aula, tra le sbarre.

In chiusura di dibattimento, verso le 14 di oggi, l’imputato principale aveva reso pure una lunga ed articolata spontanea dichiarazione, durante la quale aveva reclamato la propria innocenza.   

Lunghe, articolate, dettagliate e documentate erano state le arringhe pronunciate nel corso di quasi due intere giornate dai legali che componevano il collegio difensivo, gli avvocati Salvatore Sisca, Marco Gemelli e Francesco Paolo Oranges.

Da angolature diverse, i tre penalisti avevano sferrato un concentrico attacco ai collaboratori di giustizia – in particolare a Vincenzo Curato e Carmine Alfano – ventilando al collegio giudicante «l’assoluta inattendibilità del loro narrato in relazione ai fatti contestati ai due imputati»

«Macroscopiche bugie avallate da altrettanto macroscopiche contraddizioni ed inesattezze sono emerse nel corso di questo lungo dibattimento», aveva chiosato l’avvocato  Sisca che ha condotto l’arringa più lunga, “spezzata” nel corso di due giornate: «i cosiddetti collaboratori della Procura Distrettuale Antimafia, oltre ad avere accusato con delle colossali falsità Maurizio e Fabio Barilari, hanno persino infangato i nomi, le reputazioni, e le condotte morali di tantissime persone perbene di Corigliano Calabro, tra essi imprenditori e professionisti molto spesso impegnati da anni pure in politica, collaboranti che si sono persino permessi il lusso, impunemente, di mettere in dubbio nei loro verbali di dichiarazioni, la dirittura morale d’un giudice di questo Tribunale, d’un sottufficiale dei Carabinieri, d’un avvocato componente il Consiglio dell’Ordine Forense rossanese, d’un notaio. Per essere prontamente smentiti nel corso del dibattimento processuale di questi mesi, per tutti i fantasiosi e calunniosi fatti e circostanze narrati, anche con archiviazioni di procedimenti penali puntualmente aperti dall’autorità giudiziaria inquirente».

Il primo difensore di Maurizio e Fabio Barilari, unitamente ai suoi due colleghi, aveva chiesto ed ottenuto l’acquisizione al fascicolo dibattimentale di alcune importanti sentenze, già passate in giudicato dopo il vaglio della suprema Corte di Cassazione, nelle cui motivazioni è dichiarata la inattendibilità di Vincenzo Curato e di Carmine Alfano in relazione al loro narrato su omicidi di ‘ndrangheta ed altri gravissimi reati, per i quali la Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro aveva mandato assolti gl’imputati nei relativi processi.

Evidentemente credibili invece, gli stessi Curato ed Alfano – secondo i Giudici di Rossano – sui fatti e le circostanze che hanno inchiodato il presunto “reggente” ‘ndranghetista di Corigliano Calabro, designato quale capo ‘ndrina da quel Francesco Abbruzzese “Dentuzzo” capo indiscusso del locale di Cassano all’Ionio ed imputato insieme a Barilari pure nel maxiprocesso “Timpone Rosso” il cui dibattimento sta pure per esaurirsi dinanzi ai Giudici della Corte d’Assise di Cosenza.

Fabio Barilari, anch’egli fino ad oggi incensuato, è stato invece inchiodato alle proprie presunte responsabilità per tutt’e quattro i capi d’imputazione contestatigli: in pratica, una serie di favori consistiti in coperture fiscali offerte al fratello in qualità di titolare d’una ditta che s’occupava di lavorazioni edili. Avrebbe provveduto a fatturare e quindi a mascherare il “pizzo” che il germano imponeva a una serie di soggetti economici operanti a Corigliano Calabro e non solo.

Tali argomentazioni, ad ogni modo, saranno lungamente e dettagliatamente specificate nelle motivazioni che andranno a corredare il dispositivo dell’odierna sentenza e che saranno depositate entro 90 giorni.

«L’unico dato che mi conforta», ha dichiarato l’avvocato Sisca, «è che si è trattato dell’ultimo processo celebrato presso l’ormai ex Tribunale di Rossano, che pure quest’ultima volta ha perduto l’occasione di smentire la sua consolidata tradizione di condannare i deboli ed assolvere invece i potenti».

 

Foto: da sinistra, Maurizio e Fabio Barilari

 

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